5) Hegel. La figura servo-padrone.

Hegel definisce il padrone come "la coscienza che  per s" solo
attraverso la mediazione del servo, che  posto fra il signore e
la cosa e con il suo lavoro rende il signore indipendente dalla
"cosalit". Questo rapporto ha come risultato il fatto che "la
verit della coscienza indipendente  la coscienza servile".
G. W. F. Hegel, Fenomenologia dello Spirito, Autocoscienza (pagina
433, nota 137).

Il Signore  la coscienza che  per s; ma non pi soltanto il
concetto della coscienza per s, anzi coscienza che  per s, la
quale con s  mediata da un'altra coscienza, cio da una
coscienza tale, alla cui essenza appartiene di essere sintetizzata
con un essere indipendente o con la cosalit in generale. Il
signore si rapporta a questi due momenti: a una cosa come tale,
all'oggetto, cio, dell'appetito; e alla coscienza cui 
essenziale la cosalit. E mentre egli come concetto
dell'autocoscienza  immediato rapporto dell'esser-per-s, pur
essendo in pari tempo b) come mediazione o come esser-per-s che 
per s soltanto mediante un altro, si rapporta a) immediatamente
ad ambedue, e b) mediatamente a ciascheduno mediante l'altro. Il
signore si rapporta al servo mediatamente attraverso
l'indipendente essere, ch proprio a questo  legato il servo;
questa  la sua catena, dalla quale egli non poteva astrarre nella
lotta; e perci si mostr dipendente, avendo egli la sua
indipendenza nella cosalit. Ma il signore  la potenza che
sovrasta a questo essere; giacch egli mostr infatti che nella
lotta questo essere gli valeva come un negativo. Siccome il
signore  la potenza che domina l'essere, mentre questo essere 
la potenza che pesa sull'altro individuo, cos, data questa
disposizione sillogistica, il signore ha sotto di s questo altro
individuo. Parimenti, il signore si rapporta alla cosa in guisa
mediata, attraverso il servo; anche il servo, in quanto
autocoscienza in generale, si riferisce negativamente alla cosa e
la toglie; ma per lui la cosa  in pari tempo indipendente;
epper, col suo negarla, non potr mai distruggerla completamente;
il servo pu soltanto trasformarla col suo lavoro. Invece, per
tale mediazione il rapporto immediato diviene al signore la pura
negazione della cosa stessa: ossia il godimento. Ci che non
riusc all'appetito, riesce a quest'atto del godere: esaurire la
cosa e acquetarsi nel godimento. Non pot riuscire all'appetito
per l'indipendenza della cosa; ma il signore che ha introdotto il
servo tra la cosa e se stesso, si conchiude cos con la dipendenza
della cosa, e puramente la gode. Peraltro il lato
dell'indipendenza della cosa egli lo abbandona al servo che la
elabora.
In questi due momenti per il signore si viene attuando il suo
esser-riconosciuto da un'altra coscienza; questa infatti si pone
in essi momenti come qualcosa di inessenziale; si pone una volta
nella elaborazione della cosa, e un'altra volta nella dipendenza
di un essere determinato; in entrambi i momenti quella coscienza
non pu padroneggiare l'essere e arrivare all'assoluta negazione.
Qui  dunque presente il momento del riconoscere per cui l'altra
coscienza, togliendosi come esser-per-s, fa ci stesso che la
prima fa verso di lei; ed  similmente presente l'altro momento,
che l'operare della seconda coscienza  l'operare proprio della
prima; perch ci che fa il servo  propriamente il fare del
padrone. A quest'ultimo  soltanto l'esser-per-s,  soltanto
l'essenza; egli  la pura potenza negativa per cui la cosa non 
niente; ed  dunque il puro, essenziale operare in questa
relazione; il servo peraltro non  un operare puro, s' bene un
operare essenziale. Ma al vero e proprio riconoscere manca ancora
il momento pel quale il signore fa verso l'altro individuo ci che
fa verso se stesso, e pel quale il servo fa verso di s ci che fa
verso l'altro. Col che si  prodotto un riconoscimento unilaterale
e ineguale.
La coscienza inessenziale  quindi per il signore l'oggetto
costituente la verit della certezza di se stesso. E' chiaro per
che tale oggetto non corrisponde al suo concetto; , anzi, chiaro
che proprio l dove il signore ha trovato il suo compimento, gli 
divenuta tutt'altra cosa che una coscienza indipendente; non una
tale coscienza  per lui, ma piuttosto la coscienza dipendente;
egli non  dunque certo dell'esser-per-s come verit, anzi la sua
verit  piuttosto la coscienza inessenziale e l'inessenziale
operare di essa medesima.
La verit della coscienza indipendente , di conseguenza, la
coscienza servile. Questa da prima appare bens fuori di s e non
come la verit dell'autocoscienza. Ma come la signoria mostr che
la propria assenza  l'inverso di ci che la signoria stessa vuol
essere, cos la servit, nel proprio compimento, diventer
piuttosto il contrario di ci ch'essa  immediatamente; essa andr
in se stessa come coscienza riconcentrata in s, e si volger
nell'indipendenza vera.
Grande Antologia Filosofica, Marzorati, Milano, 1971, volume
diciottesimo, pagine 507-509.

G. Zappitello, Antologia filosofica, Quaderno secondo/9.  Capitolo
Quattordici/3.
6) Hegel. La coscienza infelice.

Hegel descrive la figura della coscienza individuale come
coscienza scissa e di questa scissione essa rappresenta la parte
inessenziale. La coscienza della contraddizione fra finito ed
infinito implica la coscienza dell'in-s e dell'altro-da- s, cio
il concetto dello Spirito che ormai  entrato nella sfera
dell'esistenza. La conciliazione della coscienza con s stessa,
della sua parte trasmutabile con quella intrasmutabile, sar poi
opera dello Spirito.
G. W. F. Hegel, Fenomenologia dello Spirito, Autocoscienza (pagina
433, nota 137).

Questa coscienza infelice in s scissa  cos costituita che,
essendo tale contraddizione della sua essenza una coscienza, la
sua prima coscienza deve sempre avere insieme anche l'altra; e in
tal modo, mentre essa ritiene di aver conseguita la vittoria e la
quiete, deve immediatamente venir cacciata da ciascuna delle due
coscienze. Ma il suo vero ritorno in se stessa o la sua
conciliazione con s, rappresenta il concetto dello spirito che,
ormai vitale,  entrato nella sfera dell'esistenza: e ci perch
essa come coscienza indivisa  nel medesimo tempo coscienza
duplicata; essa  l'intuirsi di un'autocoscienza in un'altra; essa
stessa  l'una e l'altra autocoscienza, e l'unit di entrambe le 
anche la sua essenza; ma essa per s non  ancora questa essenza
medesima, non  ancora l'unit di entrambe le autocoscienze.
La coscienza trasmutabile. Essendo essa da prima solo l'unit
immediata di entrambe le coscienze, ma non essendo entrambe queste
coscienze per lei lo stesso; per lei anzi essendo, quelle due,
coscienze opposte; l'una, quella semplice e intrasmutabile, le 
l'essenza; mentre l'altra, quella che si trasmuta per molte guise,
le  l'Inessenziale. Entrambe son per essa essenze reciprocamente
estranee; essa stessa, essendo la coscienza di questa
contraddizione, si pone dal lato della coscienza trasmutabile ed 
a se stessa l'Inessenziale. Ma come coscienza della permanenza o
dell'essenza semplice deve procedere a liberarsi
dall'Inessenziale, vale a dire a liberare s da se stessa.
Infatti, sebbene per s sia soltanto coscienza trasmutabile, e
sebbene la coscienza intrasmutabile le sia un estraneo, tuttavia
essa stessa  coscienza semplice e quindi intrasmutabile;
coscienza di cui essa  consapevole come di sua essenza; ma in tal
guisa ch'essa, per s, ancora una volta non  questa essenza.
Perci la posizione ch'essa d a quelle due non pu costituire una
loro reciproca indifferenza, ossia una indifferenza di se stessa
di fronte all'Intrasmutabile. Anzi essa stessa  immediatamente
quelle due coscienze; e per lei  il rapporto di entrambe come
rapporto dell'essenza alla non-essenza, cos che la non-essenza
debba venir tolta. Ma mentre le due coscienze le sono nello stesso
tempo essenziali e contraddittorie, essa  soltanto il movimento
contraddittorio, nel quale il contrario non giunge alla calma nel
proprio contrario, anzi si riproduce in quello nuovamente come
contrario.
Grande Antologia Filosofica, Marzorati, Milano, 1971, volume
diciottesimo, pagine 517-518.
